Ogni primo del mese esce la copertina di JAMAIS BOURGEOIS, siete invitati a scrivere gli articoli della rivista del mese utilizzando il post del blog. Grazie della collaborazione. La Redazione
“Sei solo una piccolo-borghese” mi disse un giorno mio padre, un giorno che si trovava straordinariamente ospite in casa mia, venuto a trovarmi direttamente dal suo paese natìo. Un’affermazione che mi aveva ferito come una coltellata, detta da un uomo che fedele al suo esprit libre non si era mai sposato, non si era mai premurato di aiutare economicamente mia madre, non aveva mai riconosciuto la sua unica figlia cui pure voleva bene, ma viveva in una splendida casa finemente arredata e regolarmente acquistata in una delle cittadine più esclusive e care d’Olanda, tenuta in ordine da una donna delle pulizie che ne garantiva l’ordinaria manutenzione.
Ma certo, io pur vivendo in un appartamento alla periferia di Milano arredato creativamente con objects trouvés per motivi strettamente contingenti, mi ero sposata, addirittura in chiesa (!), e, in quanto neo mamma senza possibilità di babysitter o di colf, mi trovavo mio malgrado costretta tra le mura di un appartamento a fare la casalinga disperata.
Da cui la grande domanda: cosa voleva dire essere “petite bourgeois”? E cosa implicava non esserlo? Ma soprattutto: in una società come quella occidentale rigidamente strutturata in un sistema di mercato in cui la classe operaia andava scomparendo lasciando spazio o agli “immensamente ricchi” o agli emarginati dal sistema e che prevedeva tra i due poli una borghesia più o meno benestante, chi di noi, comunque privilegiati rispetto ai milioni di nullatenenti o disperati presenti in ogni angolo della terra, avrebbe potuto tirarsi fuori da quell’appellativo di “borghese”?
Perché da questo punto di vista, chiamiamolo “tecnico”, chiunque non avesse deciso di rifugiarsi diciamo così in Nepal a vendere collanine ma avesse avuto un qualsivoglia lavoro retribuito, un tetto sopra la testa e magari delle responsabilità familiari e un telefonino sarebbe inevitabilmente dovuto rientrare nella categoria.
Cosa rendeva mio padre meno borghese di me? Il fatto di non essersi mai sposato, il fatto di essere un regista teatrale e non un impiegato o il fatto che non credesse alla monogamia pur avendo una compagna fissa da oltre 30 anni (la sua capacità di regalare amore dimostrata dall’incredibile afflusso femminile presente al suo funerale)?
O non essere bourgeois è una categoria estetica, legata al fatto di non acquistare vestiti di marca (ma quali: H&M o Dolce & Gabbana?) arrangiandosi creativamente con un mix sapiente di abbinamenti originali? E magari associata ad esempio al fatto di non disdegnare l’uso di sostanze psicotrope, cosa che mio padre, pur essendo cresciuto in piena stagione post-’68, aveva sempre rifiutato di fare?
Oppure la nozione di “bourgeois” è da interpretare come una pura categoria dello spirito?
Mio padre nei fatti e nei voti era un conservatore rigidamente anti-immigrati e anti-gay, questi ultimi in particolare accusati di soffiargli lavoro e opportunità, ma sicuro del suo statuto di bohemien anti-borghese per il solo fatto di non aver voluto assumersi una responsabilità per altri che non se stesso in tutta la sua vita.
Passati parecchi anni da quel giorno e da quell’accusa, quello che rimane è un certo fastidio per qualsiasi categorizzazione e catalogazione in comparti stagni e, per come la vedo, ovvi. Fastidio probabilmente acutizzato dal fatto che viviamo in un’epoca troppo contraddittoria, complicata, dove è difficile potersi sentire “A’ Rebours” se non nelle più o meno piccole scelte del quotidiano, nella nostra volontà di “resistere” anche ma non solo da consumatori e cittadini.
Ebbene sì, temo di essere tecnicamente una bourgeoise.
Ma lo spazio di libertà che rende la categoria decisamente più problematica è quella che mi regala la capacità di pensare, e la volontà di sospendere i giudizi per aprire il pensiero alle tante e contradditorie sfaccettature del reale.
Bougeoise c’est moi.
RispondiElimina“Sei solo una piccolo-borghese” mi disse un giorno mio padre, un giorno che si trovava straordinariamente ospite in casa mia, venuto a trovarmi direttamente dal suo paese natìo.
Un’affermazione che mi aveva ferito come una coltellata, detta da un uomo che fedele al suo esprit libre non si era mai sposato, non si era mai premurato di aiutare economicamente mia madre, non aveva mai riconosciuto la sua unica figlia cui pure voleva bene, ma viveva in una splendida casa finemente arredata e regolarmente acquistata in una delle cittadine più esclusive e care d’Olanda, tenuta in ordine da una donna delle pulizie che ne garantiva l’ordinaria manutenzione.
Ma certo, io pur vivendo in un appartamento alla periferia di Milano arredato creativamente con objects trouvés per motivi strettamente contingenti, mi ero sposata, addirittura in chiesa (!), e, in quanto neo mamma senza possibilità di babysitter o di colf, mi trovavo mio malgrado costretta tra le mura di un appartamento a fare la casalinga disperata.
Da cui la grande domanda: cosa voleva dire essere “petite bourgeois”? E cosa implicava non esserlo? Ma soprattutto: in una società come quella occidentale rigidamente strutturata in un sistema di mercato in cui la classe operaia andava scomparendo lasciando spazio o agli “immensamente ricchi” o agli emarginati dal sistema e che prevedeva tra i due poli una borghesia più o meno benestante, chi di noi, comunque privilegiati rispetto ai milioni di nullatenenti o disperati presenti in ogni angolo della terra, avrebbe potuto tirarsi fuori da quell’appellativo di “borghese”?
Perché da questo punto di vista, chiamiamolo “tecnico”, chiunque non avesse deciso di rifugiarsi diciamo così in Nepal a vendere collanine ma avesse avuto un qualsivoglia lavoro retribuito, un tetto sopra la testa e magari delle responsabilità familiari e un telefonino sarebbe inevitabilmente dovuto rientrare nella categoria.
Cosa rendeva mio padre meno borghese di me? Il fatto di non essersi mai sposato, il fatto di essere un regista teatrale e non un impiegato o il fatto che non credesse alla monogamia pur avendo una compagna fissa da oltre 30 anni (la sua capacità di regalare amore dimostrata dall’incredibile afflusso femminile presente al suo funerale)?
O non essere bourgeois è una categoria estetica, legata al fatto di non acquistare vestiti di marca (ma quali: H&M o Dolce & Gabbana?) arrangiandosi creativamente con un mix sapiente di abbinamenti originali? E magari associata ad esempio al fatto di non disdegnare l’uso di sostanze psicotrope, cosa che mio padre, pur essendo cresciuto in piena stagione post-’68, aveva sempre rifiutato di fare?
Oppure la nozione di “bourgeois” è da interpretare come una pura categoria dello spirito?
Mio padre nei fatti e nei voti era un conservatore rigidamente anti-immigrati e anti-gay, questi ultimi in particolare accusati di soffiargli lavoro e opportunità, ma sicuro del suo statuto di bohemien anti-borghese per il solo fatto di non aver voluto assumersi una responsabilità per altri che non se stesso in tutta la sua vita.
Passati parecchi anni da quel giorno e da quell’accusa, quello che rimane è un certo fastidio per qualsiasi categorizzazione e catalogazione in comparti stagni e, per come la vedo, ovvi.
Fastidio probabilmente acutizzato dal fatto che viviamo in un’epoca troppo contraddittoria, complicata, dove è difficile potersi sentire “A’ Rebours” se non nelle più o meno piccole scelte del quotidiano, nella nostra volontà di “resistere” anche ma non solo da consumatori e cittadini.
Ebbene sì, temo di essere tecnicamente una bourgeoise.
Ma lo spazio di libertà che rende la categoria decisamente più problematica è quella che mi regala la capacità di pensare, e la volontà di sospendere i giudizi per aprire il pensiero alle tante e contradditorie sfaccettature del reale.
Grazie Martina Tarozzi hai inaugurato il blog!
EliminaBell'inizio Martina <3
RispondiEliminaGrazie! E ora avanti il prossimo please!
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